archivio Papa Francesco, letture consigliate e articoli 

 
 

GRAZIE PAPA FRANCESCO!

5 ANNI FA JORGE MARIO BERGOGLIO VENIVA ELETTO SUCCESSORE DI PIETRO, LEGGI:

LA LETTERA DI BENEDETTO XVI

ANDREA TORNIELLI SU VATICAN INSIDER

«SE QUESTI TACERANNO, GRIDERANNO LE PIETRE» IL GRIDO DI GESÙ E IL GRIDO DEI GIOVANI

LEGGI ALCUNI BRANI DALL'OMELIA DI PAPA FRANCESCO NELLA DOMENICA DELLE PALME


PAPA FRANCESCO:

LE CARATTERISTICHE ESSENZIALI DELL'ITINERARIO DI FEDE:

LEGGI L'ANGELUS DEL 14.01.18


LEGGI TUTTI I DISCORSI NEL VIAGGIO APOSTOLICO IN CILE E PERÙ

SEGUI LE OMELIE E GLI INTERVENTI DI PAPA FRANCESCO NEL PERIODO NATALIZIO:


http://w2.vatican.va/content/vatican/it/special/2017/natale2017.html



PAPA FRANCESCO

OMELIA DI PAPA FRANCESCO A SANTA MARTA, 11 DICEMBRE 2017  

"LASCIAMOCI CONSOLARE":  LEGGI

PAPA FRANCESCO: VIAGGIO APOSTOLICO IN MYANMAR E BANGLADESH

 

LEGGI

  


PAPA FRANCESCO: VIVERE OGNI ISTANTE COME FOSSE L'ULTIMO PER FARSI TROVARE PRONTI ALLE SORPRESE DI DIO


OMELIA A SANTA MARTA, 17 NOVEMBRE.


         In queste due ultime settimane dell’anno liturgico la Chiesa nelle letture, nella messa, ci fa riflettere sulla fine. Da una parte, certo, la fine del mondo. […] Ma, dall’altra parte, la Chiesa parla anche della fine di ognuno di noi, perché ognuno di noi, morirà: la Chiesa, come madre, maestra, vuole che ognuno di noi pensi alla propria morte. […] La chiamata per alcuni sarà repentina, per altri sarà dopo una malattia, in un incidente: non sappiamo (Lc 17, 26-37). Ma la chiamata ci sarà e sarà una sorpresa: non l’ultima sorpresa di Dio, dopo di questa ce ne sarà un’altra – la sorpresa dell’eternità – ma sarà la sorpresa di Dio per ognuno di noi. […] Oggi  la Chiesa, il Signore, con quella bontà che ha, dice a ognuno di noi: fermati, fermati, non tutti i giorni saranno così; non abituarti come questa fosse l’eternità […] Oggi forse sarà l’ultimo giorno, non so, ma farò bene il lavoro. E farò bene anche nei rapporti a casa, con i miei, con la famiglia: andare bene, forse sarà l’ultimo giorno, non so. […] Pensare alla morte non è una fantasia brutta, è una realtà […] e lì sarà l’incontro col Signore: questo sarà il bello della morte, sarà l’incontro col Signore, sarà lui a venire incontro, sarà lui a dire “vieni, vieni, benedetto da mio Padre, vieni con me”. […] Avremo il Signore, questa è la bellezza dell’incontro.

PAPA FRANCESCO: 

"QUANDO VENIAMO A MESSA, SÌ, ANDIAMO A PREGARE, È VERO; SAPPIAMO CHE GESÙ VIENE; ANCHE, SAPPIAMO CHE LUI È NELLA PAROLA DI DIO, CHE LUI VIENE NELLA COMUNITÀ». MA «QUESTO NON BASTA». INFATTI «ENTRARE NEL MISTERO DI GESÙ CRISTO È DI PIÙ: È LASCIARSI ANDARE IN QUELL’ABISSO DI MISERICORDIA DOVE NON CI SONO PAROLE: SOLTANTO L’ABBRACCIO DELL’AMORE. L’AMORE CHE LO PORTÒ ALLA MORTE PER NOI»."

1) Omelia a Santa Marta, 24 ottobre 2017
(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.245, 25/10/2017)

          Il linguaggio usato da Paolo (Rm 5, 12.15.17-19.20-21)si giustifica con il fatto che, effettivamente, non ci sono parole sufficienti per spiegare Cristo. Perciò egli, avvertendo questa impossibilità, ci spinge, ci porta quasi fino all’abisso e ci spinge; di più: ci scaraventa, perché cadiamo nel mistero. Nel mistero di Cristo.
Quindi queste parole, queste contrapposizioni, queste descrizioni sono soltanto passi nel cammino per inabissarsi nel mistero di Cristo. Un mistero che è così sovrabbondante, così forte, così generoso, così inspiegabile che non si può capire con argomentazioni. Le argomentazioni ti portano fino a lì, ma tu devi inabissarti nel mistero per capire chi è Gesù Cristo per te, chi è Gesù Cristo per me, chi è Gesù Cristo per noi. La sintesi è quella proposta da Paolo In un altro brano in cui, guardando a Gesù, afferma: ”Mi amò e diede se stesso per me”, e non trova un’altra spiegazione. Scrive l’apostolo: "Difficilmente si trova tra noi uno che vuol dare la vita per una persona buona, una persona giusta: è difficile. Ma ce ne sono. Ma uno che voglia dare la vita per un criminale, per un peccatore come me? Solo Gesù Cristo". Così si entra nel mistero di Cristo. Anche se, comunque, non è facile: è una grazia. Tutto ciò lo hanno ben capito i santi. E non solo i santi canonizzati ma i tanti santi nascosti nella vita quotidiana. Tanta gente umile, semplice che soltanto mette la sua speranza nel Signore. Sono entrati nel mistero di Gesù Cristo. Quel mistero che san Paolo descrive come una "pazzia" e del quale afferma anche: "Se io dovessi vantarmi di qualcosa non mi vanterei di quello che ho studiato nella sinagoga con Gamaliele, neppure di quell’altro che ho fatto, della mia famiglia, del mio sangue nobile: no, non mi vanterei di questo. Soltanto, posso vantarmi di due cose: dei miei peccati e di Gesù Cristo crocifisso". Ancora una volta una contrapposizione ci porta al mistero di Gesù, ovvero: lui, crocifisso, in dialogo con i miei peccati. Si tratta in ogni caso, ha continuato il Pontefice, di un cammino difficile, perché noi non siamo abituati a entrare nel mistero. Quando veniamo a messa, sì, andiamo a pregare, è vero; sappiamo che Gesù viene; anche, sappiamo che lui è nella parola di Dio, che lui viene nella comunità. Ma questo non basta. Infatti entrare nel mistero di Gesù Cristo è di più: è lasciarsi andare in quell’abisso di misericordia dove non ci sono parole: soltanto l’abbraccio dell’amore. L’amore che lo portò alla morte per noi. [...] Ecco allora una domanda per ogni cristiano: “Chi è Gesù per te?” — “È il Figlio di Dio, la seconda persona della Trinità”. Possiamo dire tutto il Credo, tutto il catechismo, e quello è vero». Ma ancora questo è un punto in cui non si riesce a esprimere il centro del mistero di Gesù Cristo, che è: "Mi amò e diede se stesso per me". Ed è proprio questo il lavoro che noi cristiani dobbiamo fare. Quindi: capire il mistero di Gesù Cristo non è una cosa di studio; è una cosa di grazia. Gesù Cristo lo si capisce gratuitamente. Gesù Cristo è capito soltanto per pura grazia.


2) Omelia a Santa Marta, 19 ottobre 2017.
(da:  L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.241, 20/10/2017)

          Nel passo di oggi c’è un’espressione che fa pensare: “Guai a voi dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito”. In realtà questo versetto è un po’ oscuro: cosa significa “portare via la chiave della conoscenza”, con la conseguenza di non entrare nel Regno e neppure lasciare entrare gli altri?. Questo portare via la capacità di capire la rivelazione di Dio, di capire il cuore di Dio, di capire la salvezza di Dio — la chiave della conoscenza — possiamo dire che è una grave dimenticanza. Perché si dimentica la gratuità della salvezza, si dimentica la vicinanza di Dio e si dimentica la misericordia di Dio. E proprio quelli che dimenticano la gratuità della salvezza, la vicinanza di Dio e la misericordia di Dio hanno portato via la chiave della conoscenza». Tanto che, ha insistito il Papa, «non si può capire il Vangelo senza queste tre cose. Hanno dimenticato la gratuità, dunque. E Paolo parla di questo nella prima lettura (Rm 3, 21-30): «Siete giustificati gratuitamente per la sua grazia». Ma questa gente dimentica che tutto è gratuito, che è stata l’iniziativa di Dio a salvarci e si schierano dalla parte della legge e cercano di aggrapparsi alla legge e, quanto più è dettagliata, è meglio: la salvezza è lì per loro. E così sono tanto aggrappati alla legge che non ricevono la forza della giustizia di Dio: c’è un inganno dietro il giustificare se stessi con la legge: “Io faccio questo, questo, questo, questo e sono felice, sono giustificato” — “Ma questo come devo farlo?” — “No, devi farlo così, così, così, così” — “Ma questo “così” come devo farlo?” – “Così, così, così così”.
Ecco che costoro arrivano a un mucchio di prescrizioni e per loro questa è la salvezza: hanno perso la chiave dell’intelligenza che, in questo caso, è la gratuità della salvezza. In realtà la legge è una risposta all’amore gratuito di Dio: è Lui che ha preso l’iniziativa di salvarci e perché tu mi hai amato tanto, io cerco di andare per la tua strada, quella che tu mi hai indicato, in una parola io compio la legge. Ma è una risposta  perché la legge, sempre, è una risposta e quando si dimentica la gratuità della salvezza si cade, si perde la chiave dell’intelligenza della storia della salvezza.
E, ancora quelle persone hanno perso la chiave dell’intelligenza perché hanno perso il senso della vicinanza di Dio: per loro Dio è quello che ha fatto la legge ma questo non è il Dio della rivelazione. In realtà il Dio della rivelazione è Dio che ha incominciato a camminare con noi da Abramo fino a Gesù Cristo: Dio che cammina con il suo popolo. Perciò quando si perde questo rapporto vicino con il Signore, si cade in questa mentalità ottusa che crede nell’autosufficienza della salvezza con il compimento della legge. La legge è rivelazione del Signore ma si stacca, la legge diventa autonoma e diventa dittatoriale, quando manca la vicinanza di Dio. “Voi non siete entrati e a quelli che volevano entrare, voi l’avete impedito”. […] No, questa non è la religione che io volevo: questa non è la verità della salvezza in Gesù Cristo. Io qui penso alla responsabilità che abbiamo noi pastori: quando noi pastori perdiamo o portiamo via la chiave dell’intelligenza, chiudiamo la porta a noi e agli altri.

 PAPA FRANCESCO: "GESU' CI PRENDERA' PER MANO"



PAPA FRANCESCO UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro Mercoledì, 18 ottobre 2017
 
Carissimi fratelli e sorelle, buongiorno!

          Oggi vorrei mettere a confronto la speranza cristiana con la realtà della morte, una realtà che la nostra civiltà moderna tende sempre più a cancellare. Così, quando la morte arriva, per chi ci sta vicino o per noi stessi, ci troviamo impreparati, privi anche di un “alfabeto” adatto per abbozzare parole di senso intorno al suo mistero, che comunque rimane. Eppure i primi segni di civilizzazione umana sono transitati proprio attraverso questo enigma. Potremmo dire che l’uomo è nato con il culto dei morti. 
Altre civiltà, prima della nostra, hanno avuto il coraggio di guardarla in faccia. Era un avvenimento raccontato dai vecchi alle nuove generazioni, come una realtà ineludibile che obbligava l’uomo a vivere per qualcosa di assoluto. Recita il salmo 90: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (v. 12). Contare i propri giorni fa si che il cuore diventi saggio! Parole che ci riportano a un sano realismo, scacciando il delirio di onnipotenza. Cosa siamo noi? Siamo «quasi un nulla», dice un altro salmo (cfr 88,48); i nostri giorni scorrono via veloci: vivessimo anche cent’anni, alla fine ci sembrerà che tutto sia stato un soffio. Tante volte io ho ascoltato anziani dire: “La vita mi è passata come un soffio…”.
Così la morte mette a nudo la nostra vita. Ci fa scoprire che i nostri atti di orgoglio, di ira e di odio erano vanità: pura vanità. Ci accorgiamo con rammarico di non aver amato abbastanza e di non aver cercato ciò che era essenziale. E, al contrario, vediamo quello che di veramente buono abbiamo seminato: gli affetti per i quali ci siamo sacrificati, e che ora ci tengono la mano.
Gesù ha illuminato il mistero della nostra morte. Con il suo comportamento, ci autorizza a sentirci addolorati quando una persona cara se ne va. Lui si turbò «profondamente» davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, e «scoppiò in pianto» (Gv 11,35). In questo suo atteggiamento, sentiamo Gesù molto vicino, nostro fratello. Lui pianse per il suo amico Lazzaro.
E allora Gesù prega il Padre, sorgente della vita, e ordina a Lazzaro di uscire dal sepolcro. E così avviene. La speranza cristiana attinge da questo atteggiamento che Gesù assume contro la morte umana: se essa è presente nella creazione, essa è però uno sfregio che deturpa il disegno di amore di Dio, e il Salvatore vuole guarircene.
Altrove i vangeli raccontano di un padre che ha la figlia molto malata, e si rivolge con fede a Gesù perché la salvi (cfr Mc 5,21-24.35-43). E non c’è figura più commovente di quella di un padre o di una madre con un figlio malato. E subito Gesù si incammina con quell’uomo, che si chiamava Giairo. A un certo punto arriva qualcuno dalla casa di Giairo e gli dice che la bambina è morta, e non c’è più bisogno di disturbare il Maestro. Ma Gesù dice a Giairo: «Non temere, soltanto abbi fede!» (Mc 5,36). Gesù sa che quell’uomo è tentato di reagire con rabbia e disperazione, perché è morta la bambina, e gli raccomanda di custodire la piccola fiamma che è accesa nel suo cuore: la fede. “Non temere, soltanto abbi fede”. “Non avere paura, continua solo a tenere accesa quella fiamma!”. E poi, arrivati a casa, risveglierà la bambina dalla morte e la restituirà viva ai suoi cari.
Gesù ci mette su questo “crinale” della fede. A Marta che piange per la scomparsa del fratello Lazzaro oppone la luce di un dogma: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?» (Gv 11,25-26). È quello che Gesù ripete ad ognuno di noi, ogni volta che la morte viene a strappare il tessuto della vita e degli affetti. Tutta la nostra esistenza si gioca qui, tra il versante della fede e il precipizio della paura. Dice Gesù: “Io non sono la morte, io sono la risurrezione e la vita, credi tu questo?, credi tu questo?”. Noi, che oggi siamo qui in Piazza, crediamo questo?
Siamo tutti piccoli e indifesi davanti al mistero della morte. Però, che grazia se in quel momento custodiamo nel cuore la fiammella della fede! Gesù ci prenderà per mano, come prese per mano la figlia di Giairo, e ripeterà ancora una volta: “Talità kum”, “Fanciulla, alzati!” (Mc 5,41). Lo dirà a noi, a ciascuno di noi: “Rialzati, risorgi!”. Io vi invito, adesso, a chiudere gli occhi e a pensare a quel momento: della nostra morte. Ognuno di noi pensi alla propria morte, e si immagini quel momento che avverrà, quando Gesù ci prenderà per mano e ci dirà: “Vieni, vieni con me, alzati”. Lì finirà la speranza e sarà la realtà, la realtà della vita. Pensate bene: Gesù stesso verrà da ognuno di noi e ci prenderà per mano, con la sua tenerezza, la sua mitezza, il suo amore. E ognuno ripeta nel suo cuore la parola di Gesù: “Alzati, vieni. Alzati, vieni. Alzati, risorgi!”.

Questa è la nostra speranza davanti alla morte. Per chi crede, è una porta che si spalanca completamente; per chi dubita è uno spiraglio di luce che filtra da un uscio che non si è chiuso proprio del tutto. Ma per tutti noi sarà una grazia, quando questa luce, dell’incontro con Gesù, ci illuminerà.

L'intervista al Card. Bassetti, Presidente CEI





PAPA FRANCESCO: "FUGGIRE DA UNA SPIRITUALITA' SENZA CARNE E DA UN IMPEGNO MONDANO SENZA DIO"

Papa Francesco al Convegno della Congregazione del Clero, 7 ottobre.

         La formazione sacerdotale dipende in primo luogo dall’azione di Dio nella nostra vita e non dalle nostre attività. […] È Dio l’artigiano paziente e misericordioso della nostra formazione sacerdotale e […] questo lavoro dura per tutta la vita. […] Quando ci distacchiamo dalle nostre comode abitudini, dalle rigidità dei nostri schemi e dalla presunzione di essere già arrivati, e abbiamo il coraggio di metterci alla presenza del Signore, allora Lui può riprendere il suo lavoro su di noi, ci plasma e ci trasforma. […] Per essere protagonista della propria formazione, il seminarista o il prete dovrà dire dei “sì” e dei “no”: più che il rumore delle ambizioni umane, preferirà il silenzio e la preghiera; più che la fiducia nelle proprie opere, saprà abbandonarsi nelle mani del vasaio e alla sua provvidente creatività; più che da schemi precostituiti, si lascerà guidare da una salutare inquietudine del cuore, così da orientare la propria incompiutezza verso la gioia dell’incontro con Dio e con i fratelli. Più che l’isolamento, cercherà l’amicizia con i fratelli nel sacerdozio e con la propria gente, sapendo che la sua vocazione nasce da un incontro d’amore: quello con Gesù e quello con il Popolo di Dio. […] Così il prete si forma: fuggendo sia da una spiritualità senza carne, sia, viceversa, da un impegno mondano senza Dio. 

PAPA FRANCESCO: NON ESISTE UNA VITA CRISTIANA FATTA A TAVOLINO, SCIENTIFICAMENTE COSTRUITA





Testo dell'omelia nella Santa Messa allo stadio Dall'Ara:

La vita cristiana è un cammino umile di una coscienza mai rigida e sempre in rapporto con Dio


          Celebro con voi la prima Domenica della Parola: la Parola di Dio fa ardere il cuore (cfr Lc 24,32), perché ci fa sentire amati e consolati dal Signore. Anche la Madonna di San Luca, evangelista, può aiutarci a comprendere la tenerezza materna della Parola «viva», che tuttavia è al tempo stesso «tagliente», come nel Vangelo di oggi: infatti penetra nell’anima (cfr Eb 4,12) e porta alla luce i segreti e le contraddizioni del cuore.

Oggi ci provoca mediante la parabola dei due figli, che alla richiesta del padre di andare nella sua vigna rispondono: il primo no, ma poi va; il secondo sì, ma poi non va. C’è però una grande differenza tra il primo figlio, che è pigro, e il secondo, che è ipocrita. Proviamo a immaginare cosa sia successo dentro di loro. Nel cuore del primo, dopo il no, risuonava ancora l’invito del padre; nel secondo, invece, nonostante il sì, la voce del padre era sepolta. Il ricordo del padre ha ridestato il primo figlio dalla pigrizia, mentre il secondo, che pur conosceva il bene, ha smentito il dire col fare. Era infatti diventato impermeabile alla voce di Dio e della coscienza e così aveva abbracciato senza problemi la doppiezza di vita. Gesù con questa parabola pone due strade davanti a noi, che – lo sperimentiamo – non siamo sempre pronti a di dire sì con le parole e le opere, perché siamo peccatori. Ma possiamo scegliere se essere peccatori in cammino, che restano in ascolto del Signore e quando cadono si pentono e si rialzano, come il primo figlio; oppure peccatori seduti, pronti a giustificarsi sempre e solo a parole secondo quello che conviene.

Questa parabola Gesù la rivolse ad alcuni capi religiosi del tempo, che assomigliavano al figlio dalla vita doppia, mentre la gente comune si comportava spesso come l’altro figlio. Questi capi sapevano e spiegavano tutto, in modo formalmente ineccepibile, da veri intellettuali della religione. Ma non avevano l’umiltà di ascoltare, il coraggio di interrogarsi, la forza di pentirsi. E Gesù è severissimo: dice che persino i pubblicani li precedono nel Regno di Dio. È un rimprovero forte, perché i pubblicani erano dei corrotti traditori della patria. Qual era allora il problema di questi capi? Non sbagliavano in qualcosa, ma nel modo di vivere e pensare davanti a Dio: erano, a parole e con gli altri, inflessibili custodi delle tradizioni umane, incapaci di comprendere che la vita secondo Dio è in cammino e chiede l’umiltà di aprirsi, pentirsi e ricominciare.

Cosa dice questo a noi? Che non esiste una vita cristiana fatta a tavolino, scientificamente costruita, dove basta adempiere qualche dettame per acquietarsi la coscienza: la vita cristiana è un cammino umile di una coscienza mai rigida e sempre in rapporto con Dio, che sa pentirsi e affidarsi a Lui nelle sue povertà, senza mai presumere di bastare a sé stessa. Così si superano le edizioni rivedute e aggiornate di quel male antico, denunciato da Gesù nella parabola: l’ipocrisia, la doppiezza di vita, il clericalismo che si accompagna al legalismo, il distacco dalla gente. La parola chiave è pentirsi: è il pentimento che permette di non irrigidirsi, di trasformare i no a Dio in sì, e i sì al peccato in no per amore del Signore. La volontà del Padre, che ogni giorno delicatamente parla alla nostra coscienza, si compie solo nella forma del pentimento e della conversione continua. In definitiva, nel cammino di ciascuno ci sono due strade: essere peccatori pentiti o peccatori ipocriti. Ma quel che conta non sono i ragionamenti che giustificano e tentano di salvare le apparenze, ma un cuore che avanza col Signore, lotta ogni giorno, si pente e ritorna a Lui. Perché il Signore cerca puri di cuore, non puri “di fuori”.

Vediamo allora, cari fratelli e sorelle, che la Parola di Dio scava in profondità, «discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12). Ma è pure attuale: la parabola ci richiama anche ai rapporti, non sempre facili, tra padri e figli. Oggi, alla velocità con cui si cambia tra una generazione e l’altra, si avverte più forte il bisogno di autonomia dal passato, talvolta fino alla ribellione. Ma, dopo le chiusure e i lunghi silenzi da una parte o dall’altra, è bene recuperare l’incontro, anche se abitato ancora da conflitti, che possono diventare stimolo di un nuovo equilibrio. Come in famiglia, così nella Chiesa e nella società: non rinunciare mai all’incontro, al dialogo, a cercare vie nuove per camminare insieme.

Nel cammino della Chiesa giunge spesso la domanda: dove andare, come andare avanti? Vorrei lasciarvi, a conclusione di questa giornata, tre punti di riferimento, tre “P”. La prima è la Parola, che è la bussola per camminare umili, per non perdere la strada di Dio e cadere nella mondanità. La seconda è il Pane, il Pane eucaristico, perché dall’Eucaristia tutto comincia. È nell’Eucaristia che si incontra la Chiesa: non nelle chiacchiere e nelle cronache, ma qui, nel Corpo di Cristo condiviso da gente peccatrice e bisognosa, che però si sente amata e allora desidera amare. Da qui si parte e ci si ritrova ogni volta, questo è l’inizio irrinunciabile del nostro essere Chiesa. Lo proclama “ad alta voce” il Congresso Eucaristico: la Chiesa si raduna così, nasce e vive attorno all’Eucaristia, con Gesù presente e vivo da adorare, ricevere e donare ogni giorno. Infine, la terza P: i poveri. Ancora oggi purtroppo tante persone mancano del necessario. Ma ci sono anche tanti poveri di affetto, persone sole, e poveri di Dio. In tutti loro troviamo Gesù, perché Gesù nel mondo ha seguito la via della povertà, dell’annientamento, come dice san Paolo nella seconda Lettura: «Gesù svuotò se stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2,7) Dall’Eucaristia ai poveri, andiamo a incontrare Gesù. Avete riprodotto la scritta che il Card. Lercaro amava vedere incisa sull’altare: «Se condividiamo il pane del cielo, come non condivideremo quello terrestre?». Ci farà bene ricordarlo sempre. La Parola, il Pane, i poveri: chiediamo la grazia di non dimenticare mai questi alimenti-base, che sostengono il nostro cammino.

 

© Copyright Parrocchia di san Girolamo Diocesi di Rimini